Sono a Polignano a mare, a una manciata di chilometri dal mare di Bari. La sento, quale è realmente, come casa mia. Vedo tramonti bellissimi fatti di colori senza il sole, seppure da lui donati al cielo e all’acqua. L’astro che sorge qui, dall’alba cammina nel cielo, quasi sempre limpido, si alza, e va verso le acque tirreniche di questo comune, e ormai triste, mare nostrum tra le terre e i popoli, il Mediterraneo.
Sento l’infrangersi delle onde contro la scogliera bianca di Puglia. Mi risuonano nella testa, oltre le frasi lette tra le luminarie che accompagnano la via principale, così fortemente pugliese, le parole delle canzoni di Domenico Modugno che qui è nato, qui è stato ripudiato e qui ora è riassolto dal suo destino peregrinante.
Mi riviene in mente la poesia struggente del suo Uomo in Frack, il voluto amaro destino, e lo immagino con il vestito, il bastone e il cilindro, galleggiare avanzando nell’acqua che un giorno gli dette la vita e che ora, pietosa, gli ha lenito il dolore. Come la storia di Nannarella, altro personaggio canoro, anche lei profondamente triste fino a darsi alla morte, il cui corpo è tracinato/cullato dall’acqua del suo Tevere su cui ebbe I natali. Qui sarà avvistato e cantato da un “barcarolo” che, dice la canzone, risale controcorrente il fiume antico.
Dalla figura senza volto e forse tratto da storia vera, vado al “Volare nel cielo infinito”, che forma i festoni accesidi sera e di notte sulla via Roma. Ricordo il Festval vinto, era il 1958, quando Modugno porterà l’innovazione, per quei tempi avanguasrdistica, del gesto del corpo, dell’aprire le braccia, atto prima mai osato nella canzone italiana. Per la prima volta un cantante si “scompone” e in un gesto fisico rompe una “legge” per tentare di andare “su, sempre più su, nel cielo dipinto di blu”!
Ripenso all’ironia di Domenico Modugno sulle note della canzone che ci racconta del vecchietto cacciato da una nuora petulante e ossessiva che lo sente una persona ingombrante e da rifiutare. Dientro il sorriso un messaggio sociale: dopo il primo rifiuito la persona anziana ne subirà tanti altri, dalla casa di riposo fino al cimitero del Verano (Modugno ha abitato per molto tempo al Celio e Roma la conosceva bene). Alla fine, secondo la canzone, l’anziano dubiterà che per lui “non ci sarà posto neppure nell’aldilà”, negato anche alla presenza di Dio in paradiso!
L’impegno civile e sociale di Domenico Modugno è importantissimo: per il divorzio, a difesa dei portatori e portatrici di handicap (sarò eletto per questo nelle file del Partito Radicale quando per un ictus sarà costretto sulla sedia a rote), per I malati dell’ospedale psichiatrico di Agrigento che Modugno chiedrà e riuscirà a far chiudere proprio a causa delle condizioni di forte disagio in cui vivevano i pazienti. Domenico Modugno morirà a Lampedusa, isola degli approdi del mondo. Era agosto, il 6 agosto del 1994, oltre trenta anni fa.
Così continuano a camminare i ricordi. Continuano a scorrere le immagini e i nomi di tanti e tante artisti e artiste che in questo mese di agosto, nel mese delle ferie dell’imperatore romano che gli dette il nome, nei giorni in cui si festeggiano i campi, le vendite e gli acquisti dei contadini, il mese in cui i popoli della terra vedono il segno dell’apertura delle piogge e del freddo invernale, sento le voci artitiche, e per una di loro amicale, di due persone che ho amato e alle quali mi sento debitrice di crescita e di cultura. Due meravigliosi artisti, entrambi andati nel vento, come ha cantato uno di loro due.
Era il 14 agosto 2021, è un anniversario, cinque anni fa. Se ne andava per sempre una grande e poliedrica artista, per me una splendida e cara amica: l’attrice Piera Degli Esposti. Dimenticare la sua recitazione è come perdere un pezzo dell’anima, scordare la forza dell’arte, non comprendere la genialità versatile che sa capire il pianto universale della tragedia greca e l’ironia trasbordante al sarcasmo della comicità di Campanile che Piera ha portato per anni sui palchi di tutta Italia. Brecht, Beckett, D’Annunzio, fino ai versi di Dante e di Michelangelo Buonarroti. Non mancano le voci delle russe Cvetaeva e Achmatova o della stupenda e autoisolatasi Emily Dickenson, la poeta vestita di bianco conosciuta solo dopo la morte. La voce di Piera arrivava al cuore dritta e decisa. E’ poliedriva perchè non si arresta al teatro, ma si dà con uguale splendore al cinema dove interpreta la segretaria di Giulio Andreotti ne Il divo di Paolo Sorrentino. Indimenticabile il suo monologo nel film di Bellocchio L’ora di religione. Lavora anche con Pasolini in Medea, con Treves, con Lina Wertmuller, sua grande amica, con Nanni Moretti e Leandro Castellani. Un suo libro, scritto con Dacia Maraini per Piera “amica e quasi sorella” entrerà nel cinema con la regia di Marco Ferreri: Storia di Piera,si intitola, ed è un autentico racconto della vita dell’artista bolognese. Nella carriera di Piera Degli Esposti anche tanta televisione. Da qui aveva iniziato, mosso I suoi primi passi, con Il Conte di Montecristo, La figlia del Corsaro nero, Diritto di cronaca. Per me un capolavoro il Bell’indifferente tratto dall’omonimo racconto di Jean Cocteau. Fino alla fishon in sei puntate, Ognuno è perfetto, in cui Piera, una nonna costretta a stare in silenzio e sulla sedia a rotelle, riesce a recitare non con la voce, come era stato da sempre nonostante la debolezza polmonare che l’aggrediva e la mancanza delle pleuri, ma meravigliosamente” dettando” il messaggio del suo pensiero con il volto e con le mani. Magistrale!!! E i titoli, da Tutti pazzi per amore e Una grande famiglia, sono tantissimi fino al 2020 con le puntate su Sky arte de L’ultima de’Medici, uno sceneggiato non in costume, in cui Piera rappresentava la grande Anna Maria Luisa de’ Medici detta anche la grande Elettrice Paltina alla quale dobbiamo, grazie al suo Patto di Famiglia con i Lorena, successori dei Medici fiorentini, che tutto il patrimonio artistico del luogo (pensate quanto è vasto e importante) rimanesse lì, escludendo l’altrimenti il sicuro certo trasferimento in altre terre lontane europee.
Bologna “la vecchia signora dai fiamchi un po’ grossi” era amata da Piera come tutta la terra d’Emilia. Come l’ha amata Francesco Guccini nato “per caso” a Modena, la “piccola città” da cui per la guerra, dichiarata a quattro giorni dalla sua nascita (il 10 giugno 1940) si allontana per andare ai confini dell’appennino, a Pavana, nel mulino dei nonni dove cresce, gioca, si forma tra “la via Emilia al West” come titola un suo album.
Francesco Guccini verrà a studiare “ieterno studente” a Bologna, qui abiterà, nella strada che entra nei suoi versi cantati, quella via Paolo Fabbri 43 che in questi giorni, toccati dasl suo addio al mondo (il 6 agosto) dal mulino di Pavana che lo aveva visto bambino, ha accolto folle cresciute con I suoi versi e cantandole sue canzoni lo hanno ricordato.
Amava Bologna Francesco Guccini. La amava sentendosi cullato dai suoi “portici/coscia”. Quegli stessi portrici che anche Piera amava, che per nostalgia e per non dimenticare le sue radici, se li era portati nel suo cuore a Roma. Su “Mamma Bologna” (Bulagna in dialetto, lui, Guccini, che i dialetti emiliani li amava come vere lingue) ha scritto una tra le sue canzoni più amate. I suoi vesi cantano anche altre cittò come Venezia, Milano, Bisanzio, come Venezia porta d’Oriente.
Molti di noi, molte ragazze e ragazzi, e non solo della mia generazione, siamo letteralmente cresciuti e cresciute con nelle orecchie e nella testa le note intimistiche di quello che ormai tutti chiamavano “il maestrone”. Guccini è stato un punto d’appoggio, un.faro per navigare nella vita difficile adolescenziale e oltre di tanti e tante di noi. Guccini, come Piera, è stato anche altro: scrittore, maestro di scuola, giornalista e fumettista nonchè attore in un sacco di film.
Il destino e la casualità ha legato il luogo in cui mi trovo, al mito, quale è stato anche per me, di Francesco Guccini . Da giornalista, credo del Corriere di Modena (il giornalismo era il mestiere che pensava dovesse essere il suo) si trovò a intervistare proprio Domenico Modugno, allora reduce da due vittorie consecutive a Sanremo. Dall’incontro nacque L’Antisociale e di fatto iniziò la carriera di Guccini come cantautore o “cantastorie” come lui stesso amava definirsi.
In questo stesso mese di agosto che ricorda le due micidiali bombe sul Giappone di Hiroshima e Nagasaki e le giornate della Primavera di Praga invasa dai carri armati armati sovietici e cantata, nel suo dolore, dallo stesso Guccini, ci sono altre persone andate via per sempre che ci hanno donato sapere e virtù. Il 13 agosto di cinque anni fa, un giorno prima dell’addio di Piera, moriva a Milano Gino Strada che della guerra ne ha fatto per l’umanità intera una negazione necessaria e inprorogabile. Strada e sua moglie non sono stati con evidenza ascoltati e le guerre hanno continuato ad “invadere” il mondo. Anche Franca Valeri è andata via da questo mondo ad agosto, il 9 agosto del 2020. A lei è ormai ufficialmente intitolato secondo me il più bel teatro di Roma: il Teatro Valle, scampato, grazie a una tenace occupoazione, a una squallida trasformazione commerciale.
Con Francesco Guccini sempre nel cuore riascoltiamo i versi e la sua voce con una canzone poetica e malinconica su un mondo che cambia.
Il Vecchio e il bambino
Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera.
L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo
I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati
I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero
E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni”
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”
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