Blog di Giusi Sammartino

Pensieri, idee, commenti e riflessioni

UNA PICCOLA STORIA BREVE E TANTE ALTRE STORIE

Carissime lettrici e carissimi lettori, 

volevo scrivere d’altro. Volevo scrivere di Rai Scuola che se ner va per sempre, a causa dell’ottusità di certa politica che non capisce i benefici per tanti ragazzi e tante ragazze di questa finestra aperta sulla cultura. Mi chiedo se si stia optando, così facendo, più per un Paese pieno di persone che debbono preferire alla cultura (quella vera e globale) il bere vino “made in Italy” (visto che l’acqua seppure…italiana può far danni grandi !!!!) o autarchico che dir si voglia. 

Volevo soffermarmi sulla banale , se non più grave, sotituzione di questo canale televisivo con uno di scambio, che punti… sull’italianità, come il sapone autarchico, e simili, di triste rimando e memoria. Non bastava la brutta esperienza,  credo semifallita, della fatua creazione del  liceo del Made in Italy, ridondante nel nome e poco nella sostanza, dove oltre alla scarsa affluenza ricevuta, manca sostanzialmente di un vero programma a largo raggio.. Di certo non si respira il profumo delle lingue “vive” del passato che risorgono nelle parole del nostro linguaggio presente nei giochi della Filosofia del linguaggio (ah che ricordi professor De Mauro!). Verrà il tempo, se non si sta all’erta (“non abbassate mai la guardia” raccomandava alle ragazze Miriam Mafai e noi facciamo nostra questa consiglio ), della chiusura del liceo Classico di cui, perdonatemelo sono una fans sfegatata. Lo  penso altamente formativo e, non è per nulla assurdo, molto ancorato al presente. Ma questa è una mia opinione personalissima.

Volevo, poi, ricordare una coraggiosissima donna, anzi una ragazzina di appena diciassette anni (a quei tempi, nel 1966, si era maggiorenni a ventuno anni). Era di Alcamo, vicino Trapani. Quarantacinque anni fa, forse proprio in un agosto afoso come questo appena finito, ha sovvertito con il suo “no” le leggi italiane. “Mi chiamo Franca Viola – dirà – Con il mio NO a un uomo ho sovvertito secoli di inciviltà e cambiato anche il diritto.”

La storia di Franca Viola è terribile, coraggiosa e bellissima nello stesso tempo. Nel 1966 viveva ad Alcamo e venne rapita da Filippo Melodia, suo ex fidanzato e in odor di mafia. Per otto giorni la diciassettenne venne segregata, picchiata e violentata, nel silenzio complice di una società che sapeva e taceva. Liberata Franca non fece “la cosa giusta”, non accettò uil matrimonio riparatore per salvare l’”onore”  perso, secondo il “canone” di pensiero deI suoi concittadini e delle sue concittadine che si affrettarono a toglierle il saluto davanti alla sua volontà di non sposarsi. “Lo prevedeva la legge. Lo pretendeva il paese. In cambio, lui non sarebbe finito in carcere e lei non sarebbe stata marchiata a vita. Ma Franca Viola disse no. Non volle diventare moglie del suo stupratore. Non volle coprire la vergogna altrui con la sua obbedienza. Scelse di denunciare. E in quell’Italia che la voleva zitta, colpevole, rovinata, alzò la testa. Fu uno scandalo nazionale. Il processo diventò uno spettacolo. I giornali la fotografavano, la giudicavano. Il paese intero le voltò le spalle. La sua famiglia fu minacciata, isolata, punita. Bruciarono i loro campi. Sporcarono il loro nome. Ma I Viola non si piegarono. Il padre, contadino, analfabeta, si schierò fieramente: “Mia figlia ha fatto il suo dovere. E io sto con lei.”. Fu una rivoluzione coraggiosa e irrevocabile. Il suo stupratore fu condannato e lei si sposò, anni dopo, con un uomo che la rispettava. Scelse la riservatezza e non volle mai diventare un’icona. Ma è diventata molto di più: la donna che ha rotto il ricatto dell’onore. Ci vollero quindici anni perché quella frattura arrivasse al codice penale. Il 5 agosto 1981, con la legge 442, furono finalmente aboliti il matrimonio riparatore, che assolveva gli stupratori con un anello al dito e il delitto d’onore, che concedeva attenuanti a chi uccideva mogli, figlie, sorelle per “disonore”. 1981! L’anno in cui Gianna Nannini cantava America, inno alla libertà sessuale, e nasceva canale 5 che mandava in onda donne che mostravano i loro corpi in un Paese che ancora non aveva loro riconosciuto una voce. Quella legge fu un passo decisivo. Ma il percorso era ancora lungo. Fino al 1996, lo stupro restò classificato come reato contro la morale, non contro la persona. Solo allora, con la legge n. 66, anche lo Stato ha smesso di chiamare la violenza “scandalo” e ha cominciato, finalmente, a chiamarla crimine. Franca Viola oggi ha 76 anni e a lei dobbiamo molto, ma la strada continua ad essere lunga: cambiano i nomi, i codici, i modi, ma c’è ancora chi pretende silenzio, vergogna e obbedienza. E noi continuiamo a dire no. (Da un post di Monia Monni assessora alle politiche sociali della regione Toscana).

Partendo dalla storia triste e coraggiosa di Franca Viola, quasi bambina di età, ma grandiosamente adulta nei fatti, volevo amaramente parlare di un ex generale dell’esercito italiano che ora sta tentando (con successo!!??) la via della politica. Pensando e guardando le azioni, il programma con il quale pensa di avere consensi ho pensato alla Grecia, quella antica, studiata al liceo. Quella Grecia antica per cui la politica è il governo della polis, della città, è il simbolo di democrazia! L’’ex generale, ora aspirante in politica sta facendo male all’Italia, come una guerra, procurando un balzo indietro nel tempo che tocca tutti i diritti conquisiti: dall’aborto, alle famiglie aperte, all’omosessualità che ora non porta più il carico di vergogna di un tempo, all’uguaglianza di tutti e tutte, al trattamento paritario drll’handicap, alla parità dei diritti tra i generi. Il generale Vannacci, generale di un esercito, dell’esercito italiano che ha dato tanto alla pace, azzera tutto, anzi,  porta tutti i diritti civili congelati, se si può dire, sotto lo zero assoluto! E’ paladino dell italianità (!) e sentenzia che non è italiana/o chi gareggia per quella che sente la propria terra e, semmai,  la porta alla vittoria. Vuole, l’ex generale, confinare i gay nelle ore più tarde delle trasmissioni televisive. Vuole confinare, come in un lager (di che si tratterebbe altrimenti?) i ragazzini e le ragazzine portatori e portatrici di un handicap. Isolati in classi speciali, come tanto tempo fa….Poi la tiritera, ormai venuta a noia, degli stranieri per istigare un odio tra chi ha bisogno di non avere fame e ha fame di libertà. E poi la famiglia, rigorosamente tradizionale da tutelare a tutti i costi, al di là dell’amore. Fino all’ultimo sfondone: per il generale Vannacci il femminicidio non è un reato. Altro che i tempi oscuri intorno all’epoca di Franca Viola

Invece di tutto questo volevo raccontarvi di nuovo, perchè l’ho già fatto,  una piccola storia che scritta sulla mia npagina social che ha avuto, in un un batter d’occhio, quasi cento like. Mi ha stupito perché ho “letto” in questi consensi la voglia, il desiderio di tutti e tutte di pace, di generosità.  Quel pizzico di stupore fa più leggera la vita, mi ha coinvolta, venendomi incontro mi ha teso la mano e si è dato a me come un essere che all’improvviso ti chiede, quasi esige, esistenza.

Una piccola, breve storia nata per caso in un primo pomeriggio estivo e pieno zeppo di afa, come ha saputo essere il sole di questa estate, non solo nostrana, non solo del sud dello stivale. E’ nata proprio al sud, in una via di un paesino gioiello, come viene chiamato. Il paese e la sua strada si trovano nella regione  “tacco” di questa Italia, in Puglia. Qui è accaduta questa piccola storia breve tra la gente del luogo che ha dato i natali a Domenico Modugno, il quale si era trovato a negare queste sue origini polignanesi dicendosi siciliano, per avvicinare il successo, prontamente arrivato. Lo stesso Modugno , dopo la riconciliazione con i e le polignanesi, che in effetti si erano risentiti di questa faccenda,  ha  confessato di sapersi dichiarare “anche giapponese” se fosse stato necessario! Una dichiarazione schietta e sincera  di chi ha sofferto i disagi della migrazione, così invisa a Vannacci,  che Modugno ha pesantemente provato. A Polignano c’è anche Pino Pascali, il grande artista dell’ ”arte povera” , il poeta dei” bruchi” che non ha avuto qui i natali (erano di questo luogo i genitori), ma, morto giovanissimo in un incidente, è qui sepolto. E’ stato eletto suo cittadino (gli è intitolata anche una strada della toponomastica locale) e a suo nome c’è una Fondazione e un museo, il più importante di arte contemporanea di tutta la Puglia. Per non dimenticare Peppino Campanella con i suoi  lavori in vetro, in pietra, ferro e plastica con il magnifico terrazzo del suo atelier che sporge sul mare di Lama Monachile e trasborda nel pare aperto, accogliente di spettacolari tramonti (via Conversano 9).

Ecco trascritta la piccola storia polignanese:

“Ve lo voglio raccontare

LEGGETE NE VALE

Sono a Polignano a mare, quasi a 40 km da Bari. Luogo di nascita di tanti tra cui il grande Pino Pascali, morto giovanissimo, e del più noto Domenico Modugno. Sono circa le due di pomeriggio di settembre: tutto più che mai chiuso. Incontro una signora e le chiedo dove posso trovare del pane. Lei mi indica un negozio di cinesi (che poi sono bengalesi) che semmai , come successo, mi daranno del pane in cassetta

Compro da loro il pane in cassetta e delle piadine surgelate. Poi l’incredibile, per me romana: la signora a cui avevo chiesto informazioni mi viene incontro, mentre esco dal negozietto, con una busta di 10 panini all’olio e ME LI REGALA. Dice che glieli ha portati la figlia e per lei sono troppi. ME LI REGALA e per me, pensando a me li è andati a prendere a casa, per me.

SIGNORA TI VOGLIO BENE. INSEGNACI LA GENEROSITA’” 

Allora continuiamo a parlare di generosità con I versi di Alda Merini e di un grande poeta dialettale romano, Trilussa, al secolo Antonio Sallustri.

Il dono di se stessi 

Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piace la gente che sa ascoltare la natura,
che sa donare con generosità e in abbondanza,
senza chiedere nulla, lasciando che l’amore parli
con la carezza silenziosa di una pioggia di primavera.

Alda Merini

Er testamento di un albero

Un Albero, ch’aveva er tronco cavo
e le radiche ormai fori de terra,
chiamò la Vite e disse: — Io me ne vado…
Ma prima de morì, faccio er decondo.
Lascio le fronne a l’aria per l’uccelli,
la corteccia a le bestie de la macchia,
e er legno vecchio a un povero vecchietto
perché ce se riscaldi l’inverno.
Io nun me tengo gnente, do la vita
perché ar mondo rimanga un po’ de bene.

Trilussa

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