Carissme lettrici e carissimi lettori,
Siamo decisamente in tempi di scenari di guerra, più o meno concreti, molti sicuramente metaforici , ma sempre “armati”. Ci si smarrisce nella violenza di chi colpevolizza bambini e bambine solo perché nati e nate altrove, arrivati qui, semmai, perché portati dai genitori. Si arriva, così a negare loro il diritto allo studio e ciò vorrebbe dire cancellare il diritto alla facilitazione del contattto tra esseri umani, che è compito essenziale, fondamentale della scuola. E non si fa utto questo con una circolare, che lascerebbe alla scuola la libertà della discrezionalità, ma si arriva alla volontà (da campagna elettorale direi) di imporre un decreto per indicare e obbligare all’applicazione della legge.
Ci si trova a ribadire che in Italia non è pssibile nascondere il viso, indossare pubblicamente capi d’abbigliamento totalmente coprenti come il burqa o Nijab. Ciò è già, però, considerato come reato, in pubblico come in un’aula scolastica. Se non altro per la legge antiterrorismo.
E’ guerra quando si semina odio, si mettono barriere all’inclusione, sia che lo si faccia contro gli omosessuali o contro chi soffre di un handicap. Di nuovo si mette al centro la scuola e i protagoniti più importanti come alunni e alunne.
Dove c’è guerra, materializzata o no, si cerca la pace. Ovviamente cancellando quel “si vis pacem, para bellum” che punta di più sul conflitto e non sul desiderio di pace. La “pace” è un sostantivo femminile, appunto. Femminile nella grammatica italiana, Poi, con uno sguardo ad altre lingue, come per esempio quelle dei popoli dell’est europeo, nelle quali la parola “pace” addirittura si sovrappone e coincide con il termine “mondo” (mir in russo e in tante lingue dell’est significa sia mondo, terra, che pace). Si esclude così, prorio grazie a questa sovrapposizione, la carica negativa della frase latina di Flavio Vegezio Renato, funzionario imperiale dell’epoca di Teodosio (IV – V secolo d.C.), noto per la sua opera sull’arte della guerra “Epitoma rei militaris”. Curiosamente, è scritto, “l’autore non è un generale (e a quanto sembra nemmeno un grande esperto in questioni belliche), è verosimilmente un cristiano e prima di questo trattato avrebbe scritto un fortunato saggio di medicina veterinaria sulla cura dei muli”!
Allora possiamo cominciare dalla pace e dal femminile. Ci si potrebbe mettere da un punto di vista differente ribaltando la posizione “negativa” della donna, sempre posta negli spazi interni (casa, famiglia, cura… tutti termini casualmente, ma quasi, direi, necessariamente, al femminile) e renderla “positiva”. Ricominciare portando una vera rivoluzione culturale, dunque sociale, muovendosi, anzi, stando negli interni. Ancora di più: in cucina luogo considerato fino ad oggi spazio di reclusione femminile (ricordate la frase rivolta a Nilde Iotti secondo la quale lei, donna poteva stare bene, tra le stanze di casa, soprattutto in camera da letto e in cucina: dunque per il piacere, del sesso e del gusto, del maschio!)
Appunto: se si cominciasse da qui? Se la “rivoluzione” sociale iniziasse dalla cucina e da ciò che sottende, la preparazione del cibo? Protagonisti assoluti, chi cucina, il cibo scelto (è importante ) e i fornelli. Qui, in cucina, a differenza dell’incarnazione del noioso e ripetuto stigma dell’ “angelo del focolare”, la donna di fatto decide. E’ lei a scegliere fortemente, di volta in volta, cosa organizzare e come preparare il cibo, per far star bene i corpi che nutre. Agire e decidere come farlo, non rimanendo impigliata nelle fiamme della sottomissione patriarcale.
Decidere di nutrire è curare. Da qui parte un libro che già dal titolo e dalla copertina è a dir poco intrigante. Il libro si intitola “Il cibo è servito” (che si potrebbe leggere anche come una domanda: se sia servito a qualche cosa oltre che a nutrire le papille gustative di chi mangia, ma questo è un discorso successivo!). A scriverlo è Daniela Carlà, che è stata alta dirigente della Pubblica Amminstrazione e che di cibo, in senso filosofico e politico se ne intende avendo, tra le altre, in attivo un’altra pubblicazione sulle polpette (e qui il discorso prosegue centrale) con il titolo accattivante di Polpettology (Manni editore, 2018).
Iniziare dal “dentro” per cambiare, anzi, rivoluzionare e portare una trasformazione radicale nel “fuori”. Mettere in atto ciò che il femminismo non è riuscito a introdurre: la parità di genere attraverso il pensiero e l’agire femminile.
Mi viene in mente una frase di Piera Degli Esposti, eternamente presente (eppure dai più spesso sconosciuta o già dimenticata) quando nella sua introduzione a un libro di storie sulle donne straniere migrate qui in Italia, ha scritto che “la donna ha avuto sempre una vita da interni….la donna, però, nell’interno in cui è stata storicamente relegata, ha sempre condotto una vita da combattente…la donna poi è stata sempre quella che governa…è quella che in Emilia – dice Degli Esposti – noi chiamiamo reggitora….che era insieme una governatrice della casa, un’amministratrice dell’economia. Questo essere “reggitora” da tempi memorabili fa capire come la donna sia stata avvezza a gestire il tempo, a dividerlo e a frazionarlo…le donne – precisa la grande attrice bolognese – cominciano dall’interno , dalla compassione dell’aiuto e della cura e vanno verso mondi estranei con il coraggio” (prefazione a Siamo qui. Storie e successi di donne migranti, edizioni Bordeaux).
Ecco la parola essenziale, sempre di genere femminile: la cura. Per Danilela Carlà la cura, che è sempre stata particolarità delle donne, si svela e rivela in cucina, partendo da questo luogo. Non nelle cucine abitate lavorativamente dai maschi. Quelle stellate, patriarcali dei ristoranti, in cui la donna sta a fatica arrivando, ma nella cucina di casa dove, attraverso la preparazione del cibo si “cura” e si ama la propria famiglia e i propri ospiti. Dove si scelgono, “con cura” ripeterei, gli ingredienti e come mischiarli tra loro per il bene e la salute comune. Ecco perché Carlà parla di una sesta “P”da aggiungere alle altre comprese nel piano d’Azione globale sottoscritto da 193 paesi dell’Onu. A pianeta, persone, prosperità, pace e partnership si aggiunge un cibo di tutte le cucine del mondo. Si uniscono le Polpette “che – scrive Carlà – riportano alla centralità del cibo e allo sguardo femminile sul mondo”. Le polpette secondo l’autrice “evocano pace e prosperità, per sviluppare il dialogo per utilizzare tutto quello che c’è, che le stagioni offrono contrasstando fame e povertà, per veicolare concretamente un messaggio di pace perché inclusive e globali”.
Il libro non è certo un libro di cucina. E’ una riflessione politica che parte dal punto di vista femminile, dalla cura per il mondo. Quindi è un testo politico che vuole trasformare la società partendo da un’azione che si compie negli interni, come osservava giustamente Piera degli Esposti e come riflette Daniela Carlà che sempre si è occupata di donne, della sensibilità femminile e ci spiega come e perché dobbiamo sostituire al mondo maschile, maschilista e patriarcale un mondo dallo sguardo femminile. Il cibo allora è servito a cambiare il mondo, politicamente rivoluzionario, fa Storia.
La donna sorridente della copertina richiama alla femminilità sbocciata nel dopoguerra. E’ sorridente, ma non come vuole sia l’uomo che la intende a suo servizio, ma è felice di stare lì a creare benessere. Sa che da lì esce la sua trasformazione del mondo in un mondo nuovo, di pace.
Lo ribadisce la “quarta” di copertina: “il libro non è un libro di cucina. E’ un libro sul potere . E’ un atto di accusa contro il patriarcato e un manifesto per un futuro più giusto”. E’ vero, la storia del cibo è la storia del potere, il potere che è stato sempre in mano ai maschi.
Insomma il consiglio è di leggerlo per sapere tante cose, prima fra tutte la risposta, spesso mai data, di cosa vuol dire lo sguardo femminile sul mondo per trasformarlo. La cura è il femminile svelato e attuato. E’ finalmente rivelata la possibilità di trasformare il mondo.
Più che poesie ho trovato frasi emblematiche che commentano il lavoro di Daniela Carlà.
La prima la cita l’autrice stessa e inizia il libro, anzi ce lo introduce, con questa frase (che tutti e tutte abbiamo nella testa) che è di Ludwig Feuerbach:
“l’uomo è ciò che mangia”.
Filosoficamente e chimicamente corretto. Ma ironicamente Carlà aggiunge:
“E la donna pure”,
segno di una strada politica da percorrere.
Un’altra citazione è di una donna, la grande scrittrice Virginia Woolf:
“Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”
Poi una poesia, seppure amara e dunque qui poco appropriata, sulla cura. E’ di Raymond Carver Jr. (1938 – 1988), scrittore, poeta e saggista statunitense.
Abbi cura
Dalla finestra la vedo chinarsi sulle rose
reggendole vicino al fiore per non
pungersi le dita. Con l’altra mano taglia, si ferma e
poi taglia ancora, più sola al mondo
di quanto mi sia mai reso conto. Non alzerà
lo sguardo, non subito. E’ sola
con le rose e con qualcosa che riesco solo a pensare, ma non
a dire. So bene come si chiamano quei cespugli
regalatici per le nostre nozze tardive: Ama, Onora e Abbi Cura…
è quest’ultima la rosa che all’improvviso mi porge, dopo
essere entrata in casa tra uno sguardo e l’altro. Ci affondo
il naso, ne aspiro la dolcezza, lascio che mi s’attacchi addosso – profumo
di promessa, di tesoro. Le prendo il polso perché mi venga più vicina,
i suoi occhi verdi come muschio di fiume. E poi la chiamo, contro
quel che avverrà: moglie, finché posso, finché il mio respiro, un petalo
affannato dietro l’altro, riesce ancora a raggiungerla.
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